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Conclusione anno scolastico della Scuola dell’Infanzia “Elisa Paini Credaro”

Ricordiamo che, in sede redazione delle dichiarazione annuale dei redditi, possiamo destinare il cinque per mille alla nostra scuola: non costa nulla ma è un prezioso contributo alla sua crescita e sviluppo futuri.

Il codice fiscale da indicare è il seguente: 93005560144

Se qualcuno volesse poi contribuire direttamente, il codice IBAN del conto corrente è questo: IT53K0521611010000000036506

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Un popolo, la sua chiesa, il suo Santo protettore

Cara Dottoressa Augusta Corbellini e caro don Battista Rinaldi, 

oggi ho ricevuto il volume su San Giorgio: è davvero molto bello, ricco di materiali e novità, curato sotto ogni punto di vista. Vi ringrazio di cuore per avermi coinvolto in questa impresa, con fiducia, discrezione e grande disponibilità. Spero che anche la comunità di Montagna abbia accolto con favore questa pubblicazione. Mi impegnerò personalmente, con il vostro accordo e appena sarà possibile, ad organizzare una presentazione aperta anche agli studiosi a ai molti cultori dell’arte valtellinese. Già ho raccolto segni di particolare interesse.

Ancora grazie e un caro saluto. 

Alessandro Rovetta    



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Incontro con la Parola

Per approfondire e meditare le letture domenicali della Parola, proponiamo ogni mercoledì alle 20,30 sulla piattaforma Zoom, un incontro con don Battista.

Chi è interessato a partecipare e ricevere il link di collegamento, deve inviare il proprio nome, cognome ed indirizzo mail entro le ore 16.00 del mercoledì all’indirizzo della parrocchia: parrocchiadimontagna@gmail.com

Per le letture di riferimento riportate sul foglietto settimanale, cliccate sul seguente link :

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FIDARSI DI DIO CON MOLTI PERCHE’

Domenica XII del Tempo Ordinario 20 giugno 2021

Nel vangelo di oggi il tema è quello della potenza di Dio espressa nel gesto di Gesù che calma la tempesta del lago. Il racconto evangelico è tutto racchiuso nelle due domande che lo scandiscono, l’una dei discepoli: “Chi è costui?”; e l’altra di Gesù: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” La domanda dei discepoli nasce dalla meraviglia di fronte alla potenza di Gesù: la sua parola fa calmare il mare in tempesta. È giusto meravigliarsi di fronte alla potenza dei miracoli, ma non basta la potenza del miracolo per capire chi sia Gesù. I miracoli rivelano la messianicità di Gesù e la sua origine, ma non sono in grado di svelare completamente la sua identità, cioè il suo grande gesto di amore e di donazione. Per questo occorre attendere la croce. Dio si rivela nella potenza, ma soprattutto nell’amore: solo qui Dio può essere conosciuto profondamente, senza equivoci. Con una sua domanda: “Perché avete paura?” Gesù cambia la direzione dell’episodio: l’attenzione non è più rivolta alla potenza del miracolo, ma alla fede dei discepoli. Il discepolo che ebbe tanta fede per staccarsi dalla folla e seguire Gesù, non deve, ora che si trova nel suo seguito, pretendere una presenza divina, costantemente attiva e vittoriosa. La fede matura, sa renderlo tranquillo nelle difficoltà e sereno anche nelle persecuzioni. Probabilmente l’evangelista ha voluto offrire un messaggio di speranza alla Chiesa perseguitata e forse scoraggiata di fronte al silenzio di Cristo risorto. Insomma, ogni cristiano viene avvertito che si può essere uomo di poca fede in due modi: c’è la poca fede di chi non ha il coraggio di lasciare tutto per Gesù, e c’è la poca fede di chi, avendo lasciato tutto per Gesù, pretende però, soprattutto nei momenti difficili, una presenza chiara del Signore consolante, accompagnata da ripetute verifiche. È questa è una fede ancora immatura perché confonde il ‘silenzio’ con l’assenza del Signore, confonde il permanere nell’opposizione con la sconfitta del Regno. E oltre che immatura è anche una fede poco coraggiosa, incapace di scelte nuove, rischiose secondo le cautele del buon senso dell’uomo, ma possibili per chi si affida la potenza di Dio. Il vero discepolo, però, si sente al sicuro in compagnia del Signore, anche quando le difficoltà sono grandi e il Signore sembra dormire.

Al termine del racconto i discepoli sono presi da grande timore e si chiedono l’un l’altro: “Chi è costui?” Hanno delle buone ragioni per porsi questa domanda. Dalle Scritture hanno appreso che solo Dio ha certi poteri. Se Gesù possiede questa autorità divina, significa che egli è il Signore. Non si tratta di paura, ma dello stupore di chi ha riconosciuto in Gesù il Signore capace di dominare tutte le potenze che minacciano la vita.

Vangelo della domenica

DIO NON PIANTA ALBERI MA SEMI

Domenica XI del Tempo Ordinario 13 giugno 2021

In questa domenica riprendiamo la lettura del Vangelo di Marco   al capitolo quarto, quello delle parabole. La prima parabola di oggi, il seme che cresce spontaneamente, insiste molto sulla crescita. Il narratore sembra voler indugiare e differire: tra l’atto della semina e quello del raccolto passa un lungo tempo. Attori del racconto sono l’uomo, poi il seme, la terra. L’uomo compare nel primo momento e nel terzo; scompare nel secondo. A questo punto si può intravedere che la parabola evidenzia un contrasto tra il tempo dell’azione e il tempo di dell’inattività ed evidenzia parallelamente che c’è un tempo, un tempo lungo, in cui tutto è affidato alla terra e al seme. Questo secondo momento è molto sottolineato e ciò indica che questo è il problema. In altre parole: Dio, dopo aver buttato il seme, tarda a manifestarsi, cosa questa che suscita turbamento in molti. C’è un tempo tra la semina e il raccolto in cui Dio sembra tacere: la storia umana – la stessa storia di Gesù – sembra sfuggire alle sue mani, sembra destinata a restare incompiuta. Ma non è così, dice Gesù con la sua parabola. Il tempo dell’apparente assenza di Dio non deve turbare il seme, nonostante le apparenze cresce, cresce comunque. È una lezione di fiducia. Ma c’è un secondo contrasto sul quale la parabola si sofferma: da una parte l’inerzia del contadino, dall’altra l’incessante lavoro del seme e della terra. Dei due il più importante è il secondo: la forza del seme. La terra fruttifica da sé e senza causa visibile. Qui si allude non alla forza della natura, bensì al miracolo di Dio. Allo stesso modo il Regno, un’azione di Dio incessante e prodigiosa, ma nascosta e autonoma. È il Regno stesso già deposto nella storia, come un seme, che viene, non sono gli uomini a farlo venire. In tal modo il discepolo viene liberato da un affanno inutile. Non sta a lui garantire il successo del Regno, perché egli deve semplicemente assicurare l’annuncio e, quando sarà l’ora, la raccolta. La parabola del granello di senape è tutta racchiusa nella sua immagine di base: il piccolo seme che diventa un grande albero. Il punto non è la piccolezza del seme, né la grandezza dell’albero, ma il contrasto tra le due, un contrasto nella continuità. Come il ministero di Gesù, un ministero che suscitava sconcerto, vista la modestia delle sue apparenze e la grandiosità delle sue pretese. Il Regno grandioso è già presente in questo piccolo seme, cioè nella vita e nella predicazione di Gesù prima, e nella predicazione della comunità cristiana, poi. Si pensi alla vicenda di Cristo: una missione che va progressivamente verso l’insuccesso e un gregge che va assottigliandosi. Come conciliare questa situazione con la pretesa di universalità che il Regno comporta? Eppure questo umile inizio ha in sé un’enorme potenzialità. Evidentemente la pretesa di Gesù di essere l’inizio del Regno esige una profonda conversione teologica, prima che morale: anche nel tempo del compimento Dio non pianta alberi ma getta semi. È un modo assolutamente nuovo di intendere il compimento.

Vangelo della domenica

VITA CELEBRATA E DONATA

Domenica del Corpo e del Sangue del Signore 6 giugno 2021

Il brano del Vangelo di Marco, proposto in questa domenica, riporta le parole pronunciate, i gesti compiuti da Gesù durante la sua ultima cena, nella cornice solenne della Pasqua. È la Pasqua del Signore, la festa della salvezza della liberazione. Gioia per la liberazione ottenuta e per la certezza di una liberazione ancora più grande, nel futuro. Gesù ha compiuto il suo gesto in questa cornice festosa in una celebrazione Pasquale, proprio perché voleva che esso si caricasse di tutti questi significati. La gioia della cena di Gesù non trova unicamente la sua radice nel dono della libertà che Dio ci ha fatto, e neppure soltanto nella promessa della salvezza futura, ma anche nella fraternità che già ora attorno a lui gli uomini possono costruire e gustare. Un altro tratto da rilevare è il clima di ringraziamento, Gesù prese il calice e “rese grazie”. È da questo particolare in apparenza secondario, ma in realtà essenziale, che il gesto di Gesù mutuò il suo nome di ‘eucaristia’, che significa appunto ringraziamento. Gesù ringrazia per le grandi opere che Dio ha compiuto a nostro favore: dalla creazione alla redenzione, dal dono del cibo al dono della sua alleanza, dall’amicizia tra noi all’ amicizia con lui. Discepolo è colui che riconosce che tutto è dono e sempre ringrazia. Far eucaristia significa riconoscere i doni di Dio, sempre e dovunque e saper ringraziare. Un ulteriore aspetto da non trascurare è la cornice di tradimento entro la quale è inserito il gesto di Gesù. L’ eucaristia è istituita tra la constatazione del tradimento di Giuda e la profezia dell’abbandono dei discepoli. Nello stridente contrasto tra il gesto di Gesù che si dona e il tradimento degli uomini, la comunità cristiana ha colto la grandezza dell’amore del Cristo, la sua gratuità, la sua ostinazione. Tuttavia sembra che l’evangelista colga anche un duplice avvertimento. La Comunità è invitata a non scandalizzarsi quando scoprirà nel proprio seno il tradimento e il peccato. Viene così tolto alla radice ogni motivo, in base al quale poter dire: questa non è più la chiesa amata da Dio! Contemporaneamente la comunità è invitata a non cullarsi nella falsa sicurezza e a non presumere di sé: il peccato è sempre possibile ed è male fidarsi delle proprie forze. La celebrazione eucaristica è insieme, avvertimento e consolazione, mette in luce contemporaneamente l’ostinato amore del Cristo e il peccato e le divisioni della comunità. Nonostante le divisioni, Cristo ci salva nonostante il peccato siamo la chiesa di Dio. Infine, il tratto più importante, quello centrale: con il gesto del pane spezzato e condiviso e del sangue distribuito, Gesù rivela il significato profondo di tutta la sua vita: una vita in dono, una vita spesa nella fedeltà al Padre e in solidarietà con gli uomini. Ecco perché Gesù istituisce l’Eucaristia alla fine della sua esistenza, nell’imminenza della passione: Non soltanto perché il pane spezzato e il vino distribuito sono una profezia in atto della croce, ma perché, come la stessa Croce, del resto, sono espressioni della sua intera esistenza, che ora egli può raccogliere ed esprimere in quanto giunta alla fine.

Vangelo della domenica

BATTEZZATI NEL DI DIO TRINITA’

Domenica SS. Trinità 29 maggio 2021

La liturgia ci presenta, oggi, la conclusione del Vangelo di Matteo. Là dove l’evangelista presenta alcune parole di Gesù molto solenni. Parole che definiscono la chiesa e la sua missione. A Gesù ‘è stato dato ogni potere in cielo e in terra’. E’ questa ‘signoria universale’, la radice da cui scaturisce l’universalità della missione. Tutto il breve discorso di Gesù e dominato dall’idea di pienezza e di universalità: l’aggettivo ‘tutto’ ricorre quattro volte. Scopo della missione è ‘fare discepoli’. Fare i discepoli tra tutti i popoli non significa, necessariamente, che tutti debbano convertirsi. Ciò che importa è che il popolo di Dio sia formato tra tutte le genti: magari una minoranza, ma tra tutte le genti. L’espressione ‘fare discepoli’ rimane comunque interessante, carica di tutto il significato che il termine discepolo ha nel Vangelo. È la definizione più sintetica e corretta dell’esistenza cristiana: il cristiano è un discepolo. Si tratta di discepoli che devono anche insegnare, ma non sono maestri, restano discepoli. Può sembrare un paradosso e invece si tratta di una profonda verità: questi discepoli non insegnano mai qualcosa di proprio, ma solo ‘tutto ciò che vi ho comandato’. È un insegnamento, dunque, nella più assoluta fedeltà e dipendenza: nasce da un ascolto e dall’ essere discepoli. Il discepolo non è battezzato nel nome di Gesù e neppure nel nome di Dio: è battezzato ‘nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’. Con questo ci viene detto che Dio è Trinità. In altre parole, Dio non solo ama e dialoga e costruisce comunione, ma è in sé stesso una struttura di dialogo e di comunione: Dio è una comunità di persone. ‘Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo: ecco l’affermazione con la quale Matteo termina il Vangelo. Il Signore risorto non è partito, è rimasto. La promessa che il nome di Gesù includeva (Emmanuele, Dio con noi) è qui mantenuta. In conclusione, la liturgia della parola ci aiuta a prendere coscienza della concezione cristiana di Dio: un Dio che è amore e dialogo, non solo perché ci ama e dialoga, ma perché in sé stesso è un dialogo di amore. E questo non rinnova soltanto la nostra concezione di Dio, bensì anche la nostra vita. La Trinità non ci rivela soltanto la natura profonda di Dio, ma anche la verità di noi stessi. Se la Bibbia ci dice fin da principio che dobbiamo vivere nell’amore, nel dialogo e nella Comunione è perché sa che siamo tutti a ‘immagine di Dio’. Incontrare Dio, fare esperienza di Dio, parlare di Dio, dar gloria a Dio, tutto questo significa – per un cristiano che sa che Dio è Padre e Figlio e Spirito Santo, tre persone che si amano, dialogano e reciprocamente si donano – significa, appunto, vivere in una dimensione costante di amore, di dialogo e di dono.

Vangelo della domenica

LO SPIRITO E LA CHIESA

Domenica di Pentecoste 23 maggio 2021

Il racconto della discesa dello Spirito Santo è affidato alla prima lettura dagli Atti degli Apostoli. In esso Luca ci fa comprendere che si tratta di un ‘compimento’. Il verbo ‘compiersi’ allude al compimento di antiche promesse. Nasce la nuova comunità attesa dai profeti. Inoltre Luca imprime a tutta la scena un significato programmatico, come il battesimo di Gesù al Giordano e il discorso nella sinagoga di Nazaret. I cristiani di tutti i tempi devono guardare al Battesimo e alla Pentecoste come a due scene che inaugurano l’attività pubblica di Gesù, ma anche quella dei discepoli, quindi in esse sono espressi i tratti fondamentali della loro fisionomia. In entrambe le scene il protagonista è lo Spirito Santo, che è dato per una missione in una prospettiva di universalità. Il Vangelo di Giovanni riconosce altri importanti compiti assegnati alla presenza dello Spirito nella comunità. Anzitutto attualizzare l’evento storico di Gesù: è accaduto in un determinato tempo e luogo e bisogna farne memoria perché risulti significativo e attuale per ogni tempo e luogo. Lo Spirito è la continuità tra il tempo di Gesù e il tempo della Chiesa. Un altro compito dello Spirito è di trasformare il discepolo in testimone. Nel grande processo tra Cristo e il mondo che si svolge entro tutta la storia, lo Spirito depone in favore di Gesù. Non si tratta di una testimonianza direttamente rivolta al mondo, ma rivolta al mondo attraverso il discepolo. Lo Spirito testimonia nel cuore del discepolo. Davanti alle ostilità che incontreranno i discepoli saranno esposti al dubbio, allo scandalo e allo scoraggiamento: lo Spirito difenderà Gesù nel loro cuore, li renderà sicuri nella loro disobbedienza al mondo. I discepoli avranno bisogno di certezza: lo Spirito gliela offrirà. Infine un ultimo compito dello Spirito è di suscitare un incontro personale, intimo, pieno, con il Signore e la sua verità. L’insegnamento dello Spirito è anzitutto memoria: lo Spirito ripete le parole di Gesù. Non aggiunge ad esso altre sue personali verità. E tuttavia il suo insegnamento non è ripetitivo, non è semplice ricordo. Non aggiunge nulla alla ripetizione di Gesù, però la interiorizza e la rende presente in tutta la sua pienezza e la attualizza. Dunque una conoscenza interiore, viva e attuale, e progressiva. Un graduale viaggio verso il centro: dall’esterno all’interno, dalla periferia al centro, da una conoscenza per sentito dire a una comprensione personale, attuale e trasformante.

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LA FEDELTA’ DI DIO PIU’ FORTE DELLE NOSTRE INFEDELTA’

Domenica dell’Ascensione 16 maggio 2021

Il Vangelo di questa domenica ci presenta la conclusione del racconto dell’evangelista Marco. In essa Gesù ordina ai suoi discepoli di continuare a fare ciò che lui ha fatto e a dire ciò che lui ha detto. Dopo la sua partenza l’evangelista annota che i discepoli eseguirono l’incarico e che Gesù continuò ad operare insieme a loro e a rendere efficace la loro parola. Il cammino della Comunità ripropone quello di Gesù, ma in tensione universale. E la prima sottolineatura ribadita nel racconto evangelico: “in tutto il mondo”, “ad ogni creatura”, “dappertutto”. E si corre dappertutto ad annunciare “la lieta notizia”, non altro. Il Vangelo di Marco si apre con le parole: “inizio del Vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio”. E si conclude con la stessa parola: “proclamate il Vangelo ad ogni creatura”. Si allarga lo spazio (tutto il mondo e non solo la casa di Israele) e mutano i predicatori (i discepoli e non più direttamente il Cristo) ma l’annuncio rimane il medesimo: identico, nel contenuto e nell’importanza (se lo accogli, ti salvi se lo rifiuti ti perdi). Universalità e fedeltà, ecco dunque le prime due caratteristiche del cammino della Chiesa. E accanto a queste una terza: la concretezza e l’efficacia, cioè la forza dimostrativa dei fatti. Una forza dimostrativa che non viene dall’uomo ma unicamente dall’ invisibile presenza del Signore, e poggia sulla fede. Il linguaggio utilizzato è biblico e stereotipo e non va necessariamente inteso in modo letterale. Indica chiaramente che la parola deve essere accompagnata dai fatti e che deve essere resa credibile mediante alcuni “segni” che solo Dio può compiere. Quali? Certo Dio può compiere miracoli in senso stretto, e se avessimo più fede ci sarebbero più miracoli. Ciò non toglie però che le parole dell’evangelista debbano essere intese in modo più normale, più quotidiano e tuttavia non meno convincente. “Segni” da compiere sono lo sforzo di giungere alla radice del male (satana) e non accontentarsi invece di opporsi ad alcuni suoi sintomi; la generosità di uscire da se stessi (“dalla propria lingua”) per parlare le lingue degli altri popoli, per mostrare che il Cristo è veramente universale, che non porta una lingua straniera, ma si incarna nella lingua di ciascun popolo, cioè nelle differenti culture; il coraggio di affrontare ogni rischio (“serpenti e veleni”), liberi dalla paura che il mondo vuole incutere al discepolo per arrestarne la voce e la proposta; soprattutto l’amore, la dedizione, l’attenzione ai bisogni (“guarire gli ammalati”) In tutto questo il discepolo sperimenterà continuamente la propria debolezza, la propria incredulità e durezza di cuore. Ma farà esperienza, con altrettanta forza, della fedeltà di Cristo. Ha fatto bene l’evangelista a concludere il suo racconto con questa sorprendente annotazione: Gesù rimproverò gli undici “per la loro incredulità e durezza di cuore” e tuttavia li inviò a predicare nel mondo intero. La sicurezza del discepolo, e la sua fede sta tutta qui: il discepolo è un uomo che, incaricato di annunciare il Vangelo, troppe volte viene meno, e tuttavia non viene meno la fedeltà di Dio nei suoi confronti. Per questo il cammino della Comunità rimane, nonostante tutto, continuamente aperto e ricco di possibilità.

Vangelo della domenica

L’IMPORTANZA DEL ‘COME’

Domenica VI di Pasqua 9 maggio 2021

Il comando dell’amore – che apre e chiude la pagina evangelica – trova in Gesù il modello, la ragione e la misura: “come io amato voi”. È un amore vicendevole: “amatevi reciprocamente”. E  è un amore che esce dal chiuso della comunità e si dilata, missionario, fecondo: spinge una partenza “perché andiate e portiate frutto”. Si osservi poi l’antitesi, servo/amico, che struttura l’intero passo. L’amore di Gesù, modello dell’amore fraterno è un amore di amicizia, dunque un rapporto confidente tra persone, un dialogo. Tre sono le caratteristiche di questo rapporto amicale: l’estrema dedizione, (“nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici”); la confidente familiarità. (“tutto ciò che ho udito dal padre mio, l’ho fatto conoscere a voi”); la scelta gratuita, la predilezione. (“non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”). Gesù insiste sulla reciprocità dell’amore, ma al tempo stesso la sconvolge perché a modello e fondamento dell’amore reciproco pone il “come io amato voi”, cioè la croce, dunque la gratuità. La reciprocità cristiana nasce dalla gratuità. L’amore cristiano è asimmetrico: il dare e il ricevere non sono sullo stesso piano. La reciprocità evangelica non è il semplice scambio, la nota che la caratterizza è la gratuità, che è la verità dell’amore di Dio e al tempo stesso la verità del nostro amore. Certo, l’amore – quello di Dio, come quello dell’uomo – tende alla reciprocità: la costruisce. Ma la reciprocità non è la sua radice né la sua misura. Se ami solo nella misura in cui sei ricambiato, il tuo non è vero amore. E se sei amato solo nella misura in cui dai, non ti senti veramente amato. Soltanto chi comprende questa gratuità nativa, originaria, dell’amore, è in condizione di comprendere Dio e sé stesso. L’uomo è fatto per donarsi gratuitamente, totalmente: qui, nel farsi gratuita, trova la verità di sé stesso, qui tocca il suo essere ‘immagine di Dio’. Il comandamento dell’amore vicendevole, sul modello di quello di Gesù, diventa un impegno importante per il discepolo, per ogni cristiano. Dio sceglie, perdona, rimane fedele al suo popolo, nonostante i tradimenti, e in Gesù Cristo, si manifesta come amore che si dona e si lascia crocifiggere. Per esprimere questo amore di Dio, gli scrittori del nuovo testamento hanno scelto una parola rara in greco: ‘agape’, che significa ‘amore preferenziale’ per indicare che l’amore di Dio è anzitutto generosità.

Vangelo della domenica

RIMANETE IN ME

Domenica V di Pasqua 2 maggio 2021

Il Vangelo, tratto dal cosiddetto discorso di addio di Gesù, presenta l’allegoria della vite e dei tralci, che pone l’accento sulla comunione del discepolo con il Signore e sul come custodire conservare tale comunione. L’affermazione di Gesù “Io sono la vite” introduce una novità rispetto all’ Antico Testamento: là si dice che Dio ha una vigna, qui si afferma che Dio stesso è la vite. Nell’Antico Testamento si parla di una vigna e di una vite che non sono all’altezza delle attese di Dio. Se qui l’evangelista Giovanni può affermare che la vite è finalmente all’altezza delle attese di Dio, è unicamente perché Gesù è la vite. Ma qual è più ampiamente il punto di vista di Giovanni nel costruire questa allegoria? Solo un ringraziamento perché ora il discepolo, unito a Cristo, può finalmente portare frutti o anche un elemento di inquietudine, di pericolo e quindi di avvertimento? L’uno e l’altro. C’è infatti anche il tema della prova (il Padre pota), che è un indispensabile condizione di fecondità, ma che rimane pur sempre una possibilità di smarrimento. Si sottolinea che anche il cristiano può essere un ramo secco improduttivo! E la solita paradossale e sconcertante antinomia: la comunità è in Cristo, e quindi protetta, salvata e feconda, ma la possibilità del peccato non è assente. Criterio di giudizio sono i frutti, il ramo fruttifero viene potato, il ramo sterile bruciato. Più in profondità, il criterio di giudizio e il rimanere in Cristo, cioè la più assoluta dipendenza da lui: chi rimane in Gesù da frutto, chi si stacca inaridisce. Tutta la vita cristiana è riassunta nell’ imperativo “rimanete in me”. Rimanere è indicativo di un rapporto di comunione, un rapporto tra persone. Perciò l’uomo deve comprendere che la propria consistenza si trova nell’ obbedienza, non nell’ autonomia. Si tratta di una dipendenza da vivere anzitutto come fede e fiducia (nel senso cioè di appoggiarsi a Cristo e non a sé stessi) e poi come osservanza dei comandamenti (cioè nel senso di conformare la vita alle parole di Gesù e non ai propri progetti). Non è però la dipendenza del servo nei confronti del padrone, ma piuttosto la comunione che corre tra amici: Giovanni, infatti, non parla soltanto di rimanere ma di un rimanere vicendevole: “chi rimane in me e io in lui”. Essere uniti al Cristo come il tralcio alla vite significa essere inseriti nel suo amore. Si tratta, in altre parole, di osservare il comandamento nuovo dell’amore vicendevole. Non certo l’amore che si nutre di belle parole e non si traduce nei fatti, sarebbe soltanto la caricatura dell’amore. La verbosità e l’astrattezza sono una minaccia all’amore reale e profondo. È  un’ illusione in cui è facile cadere.